IL CANONE BIBLICO_4

IL CANONE DEL NUOVO TESTAMENTO PER I CRISTIANI

Quanto alla definizione del canone del Nuovo Testamento, dobbiamo osservare anzitutto che si è trattato di un processo molto laborioso, durato secoli, durante i quali si ha a volte una universale e pacifica accettazione di tutti gli scritti oggi contenuti nel canone, a volte c’è invece discordanza tra i Padri e tra le varie Chiese circa quelli che possono essere considerati libri ispirati e quelli che non lo sono.

Alla fine del 1° sec. d. Cr. l’autore della 2° Lettera di Pietro (cfr.3,15-16) conosceva già una raccolta di lettere di Paolo che egli assimilava alle “altre Scritture”, cioè all’Antico Testamento e alle raccolte evangeliche. Poi nel 2° sec. ci si preoccupò di fissare una lista dei libri che fornivano la “regola” della fede o le “regola della dottrina”, e che venivano usati nella liturgia, nella riflessione teologica e nell’insegnamento; essi dovevano chiaramente distinguersi dalle Scritture giudaiche, dagli scritti post-apostolici e dai testi apocrifi, dal momento che già pullulavano testi che si facevano passare come opera degli Apostoli e che invece contenevano dottrine sospette o apertamente eretiche.

Questa è l’origine del CANONE (= lista ufficiale di libri) del NUOVO TESTAMENTO, che probabilmente dovette essere fissato nella 2° parte del 2° sec. d. Cr.

Il manoscritto più antico del canone è il “muratoriano” (180 d. Cr.) conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Fu al Concilio di Cartagine (397) che ci fu il pronunciamento ufficiale della Chiesa sui libri ispirati, reso necessario a quel tempo per opporsi alla forza massiccia delle eresie. Ora, visto che tra gli scritti dei primi 4 secoli alcuni non sono stati conservati e altri lo sono, ma non vengono accettati nel canone, è il caso di chiedersi quali sono stati i criteri della scelta, sia nel corso dei 4 secoli che soprattutto al Concilio di Cartagine.

I primi 3 criteri furono in genere adottati nel corso del 2° sec. e non furono più modificati in seguito:

1° – il 1° criterio è l’origine apostolica, o “apostolicità” dello scritto.

I testi dovevano cioè risalire all’autorità di un apostolo, o di un suo stretto collaboratore, magari su commissione degli apostoli, visto che il periodo apostolico era stato un periodo di attività speciale dello Spirito di Cristo; ad esempio il vangelo di Marco era stato scritto su commissione di Pietro. Oggi ci rendiamo conto che questa origine apostolica non va intesa come relativa ad un testo “scritto di pugno da un apostolo”, ma spesso una determinata opera era piuttosto connessa con una tradizione risalente all’apostolo; tant’è vero che non diciamo “il vangelo di Matteo, Marco, etc, ma secondo Matteo, Marco, etc., cioè secondo la tradizione tramandata sotto il loro nome. Riguardo a questo criterio, ad esempio, possiamo ricordare che la canonicità di Apocalisse, Ebrei e 2° Pietro fu discussa proprio perché era dubbio se questi testi fossero stati scritti rispettivamente da Giovanni, Paolo e Pietro. Il Canone Muratori esclude dal canone il Pastore di Erma perché non è profeta e non è apostolo.

2° – il 2° criterio è l’ortodossia, ossia la conformità degli scritti ai principi e agli insegnamenti stabiliti dalla “regula fidei”, cioè il pensiero degli apostoli fondatori, trasmesso nell’insegnamento battesimale, che a sua volta si rifaceva all’annuncio e alla predicazione su Cristo. La più antica “regula fidei” battesimale, attestata nello stesso Nuovo Testamento (Atti 16,31) era la confessione di fede nella signoria di Gesù come Figlio di Dio (cfr. anche Gv.11,27 e 20,31). Essa è detta anche “regola della verità”, cioè regola della fede cristologica, che è la VERITA’ VINCOLANTE, quale è annunciata dalla chiesa. Teniamo presente che la medesima fede ha depositato il proprio contenuto nei vari SIMBOLI DELLA FEDE, o “CREDO” (il “simbolo” è la formulazione concordata della fede comune), di cui quello definitivo è il Credo niceno-costantinopolitano che recitiamo nella Messa. C’è quindi una profonda relazione tra canone e simbolo della fede: Il simbolo riassume la fede nel suo senso; il canone raccoglie tutte le testimonianze autentiche di questa medesima fede.

Come esempio di NON ORTODOSSIA possiamo ricordare il seguente. I Padri della Siria e dell’Asia Minore rifiutavano l’Apocalisse perché in Oriente era diffusa l’eresia “millenaristica” dei “Chiliasti” (dal greco “chìlion” = 1.000), i quali interpretavano Ap.20,1-6 nei termini di un nuovo Paradiso terrestre instaurato da Cristo quaggiù prima della Parusia: esso sarebbe stato il regno millenario degli eletti, un’epoca terrena di felicità e di pace, la cui durata prevista era appunto di 1.000 anni. In tale periodo Satana sarebbe stato incatenato e la sua azione impedita. Al termine del millennio sarebbero ripresi i conflitti sino al definitivo ritorno di Cristo.

3° – il 3° criterio è la cattolicità degli scritti: quei libri che da tutte le Chiese venivano considerati ispirati e quindi usati nella catechesi e nella liturgia (= la lettura pubblica e ufficiale degli scritti) vennero inclusi nell’elenco dei libri canonici; se invece erano utilizzati solo da qualche Chiesa, vennero lasciati da parte.

A questo proposito occorre sottolineare l’importanza della LITURGIA. Infatti, i libri del Nuovo Testamento sono stati scritti soprattutto per essere letti nella Chiesa. In pratica le Scritture esercitavano il loro carattere normativo nella liturgia, perché la lettura pubblica nella Chiesa conferiva loro un “pulpito” dal quale potevano guidare la vita delle persone.

La questione del canone non fu conclusa nei primi secoli della Chiesa; essa fu ripresa al Concilio Ecumenico di Firenze (1442) e soprattutto al Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563), che dovette prendere netta posizione nei confronti dei protestanti. Questi ultimi infatti NON CONSIDERAVANO ISPIRATI I 7 LIBRI del Canone alessandrino, che già gli ebrei avevano respinto dal loro Canone. Nella quarta sessione (8/4/1546) il Concilio stabilì come base di verifica dell’autentica fede cristiana le Sacre Scritture e votò affermativamente su due decreti.

A -Il 1° è il “De canonicis Scripturis” (= sulle Scritture canoniche) in cui si ha la definizione solenne del Canone. Cioè si redige l’elenco dei 73 libri ispirati, “perché nessuno possa dubitare quali siano quelli che vengono riconosciuti come sacri dal Concilio”: sono i libri “oggetto di fede” della Chiesa lungo la sua storia. Il decreto così procede: “Se qualcuno non accetterà consapevolmente come libri sacri e canonici questi libri, interi in tutte le loro parti, come si è soliti leggere nella Chiesa cattolica e si trovano nell’edizione antica della Vulgata latina, e disprezzerà consapevolmente le predette tradizioni, sia anàtema (cioè: sia scomunicato)”.

Come si vede, il problema dei contenuti della Bibbia è ritenuto oggetto di un articolo di fede e ratificato da anàtema. Si tratta di un’affermazione oggetto di “fede definita”, cioè di un DOGMA. Sono opportune tre osservazioni circa questa definizione solenne:

1° – la precisazione “interi con tutte le loro parti” ha voluto affermare la canonicità di alcuni brani del Nuovo Testamento, come ad esempio Marco 16,9-20 (finale lunga di Marco), la cui canonicità era messa in dubbio o negata da alcuni;

2° – nei 46 libri dell’Antico Testamento erano compresi i 7 libri non accettati da ebrei e protestanti;

3° – come visto, i criteri per stabilire la canonicità sono: l’uso dei libri nella lettura pubblica della Chiesa la loro presenza nella Vulgata latina.

B -Il 2° decreto votato dichiara che “l’antica versione della Vulgata, approvata dalla Chiesa stessa con il suo lungo uso per tanti secoli (1.100 anni per la precisione), deve essere considerata l’edizione autentica per la lettura pubblica della Bibbia, per le dispute, le omelie e le spiegazioni”.E poi furono date istruzioni per la pubblicazione della Vulgata, il cui testo doveva essere stampato il più correttamente possibile.

LA VULGATA

Più precisamente, che cos’è la VULGATA ?Dal latino “vulgata” = diffusa, popolare, comune; è la traduzione latina della Bibbia dovuta quasi tutta a S. Gerolamo, che la fece dai testi originali (ebraico, aramaico e greco) negli anni 383-406 per incarico del papa Damaso I.E’ stata per molti secoli il testo biblico ufficiale della Chiesa latina sino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, che con Paolo VI ne ha disposto la revisione, pubblicata col nome di Neo-vulgata o “Nova Vulgata”: è una revisione del testo latino di S. Gerolamo, fatta tenendo conto della moderna critica testuale e dell’esegesi, revisione approvata da Giovanni Paolo II nel 1979.

La teologia cattolica, impegnata a difendere il dogma tridentino e l’integrità del canone, ha insistito a lungo sull’identica autorità di tutti gli scritti biblici; il che era necessario perché da un lato ebrei e protestanti rifiutavano i 7 libri dell’A.T. già elencati e dall’altro anche per il N.T. c’erano 7 libri (Ebrei, Giacomo, 2° Pietro, 2°-3° Giovanni, Giuda, Apocalisse), la cui canonicità era stata spesso messa in dubbio o negata per vari motivi: anzitutto se non erano pienamente rispettati i tre criteri dell’apostolicità, ortodossia, cattolicità che abbiamo visto e poi anche per il cattivo uso che di essi facevano le sette ereticali.

Ad esempio i novaziani, seguaci del teologo Novaziano, III sec. d. Cr., antipapa, scomunicato nel 251 d. Cr., negavano la possibilità di perdono per gli apostati, e a questo proposito invocavano Ebr.6,4-6, dove il testo sembra appunto escludere la possibilità di riconciliazione per i rinnegatori della fede.

Inoltre la 2°-3° Giovanni e Giuda non erano unanimemente accettati per la brevità eccessiva dei testi e il non rilevante valore dottrinale. In questa linea Sisto da Siena (morto nel 1569), per distinguere i libri non accolti nel canone dei riformatori dagli altri libri, introdusse la terminologia, tuttora vigente, di PROTOCANONICI e DEUTEROCANONICI, che significa:

protocanonici: gli scritti biblici che sempre e in ogni comunità cristiana furono ritenuti ispirati;

deuterocanonici: gli scritti che non furono sempre e ovunque presenti nel canone, perché in alcuni tempi e presso alcune comunità cristiane ci furono dubbi sulla loro ispirazione; essi costituiscono un 2° (=deutero) canone rispetto al 1° canone della Bibbia ebraica.

Però si tratta di espressioni un po’ infelici, perché possono far insorgere l’idea che i libri siano ispirati rispettivamente di 1° o 2° grado!

Il Concilio Vaticano I si richiama esplicitamente al decreto del Concilio di Trento, ma aggiunge un paragrafo chiarificatore che mette in luce come sia l’ispirazione dello Spirito santo a rendere i libri della Scrittura sacri e canonici: “I libri della Sacra Scrittura sono sacri e canonici, perché, essendo stati scritti per l’ispirazione dello Spirito santo, hanno Dio come autore ed in quanto tali sono stati affidati alla Chiesa stessa.”

Il Concilio Vaticano II° (1962-1965) ha ripreso l’argomento con maggior larghezza di opinioni e prospettive. La Dei Verbum dedica tutto il 6° cap. al posto che spetta alla Bibbia nella vita della Chiesa. Si passa cioè dal semplice problema dell’elenco dei libri canonici (= ispirati), a delineare il ruolo normativo che la Bibbia ha nelle varie forme della comunità cristiana. Si ha così una nuova accentuazione del peso determinante della Bibbia sul cammino della Chiesa cristiana nella storia. Insomma si attua uno straordinario “risveglio biblico” nella coscienza dei cattolici, con indubbio benefico influsso in campo ecumenico: la Bibbia non è più una bandiera confessionale (a favore dei protestanti contro i cattolici), ma l’eredità viva e unificante di tutte le Chiese cristiane.

Quanto al canone, il Vaticano II si rifà al famoso decreto di Trento già visto e al Vaticano I, ma non si limita a ripetere la dottrina sull’ispirazione e sul canone, bensì fa un’importante ed esplicita affermazione riguardante il ruolo della Tradizione della Chiesa.

Come già abbiamo ricordato all’inizio di questo articolo, “è la stessa TRADIZIONE che fa conoscere alla Chiesa l’intero Canone dei Libri Sacri (D.V. 8)”, cioè ispirati. E ribadisce che “insieme con la Sacra Tradizione la Chiesa ha sempre considerato e considera le Divine Scritture come la Regola suprema della propria fede” (D.V. 21).

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