
Parte quinta. NORME DI PURITA’ RITUALE
Purità e impurità legali
La mentalità moderna ha difficoltà a capire i concetti veterotestamentari di “purità” e “impurità”, specialmente quando la “impurità” viene descritta come il contatto con il sacro. Nella mentalità degli israeliti certe cose, sia profane che sacre, possedevano qualità misteriose che si comunicavano a chiunque venisse in contatto con loro e ponevano queste persone in una classe separata dalle cose ordinarie. Così, per ritornare al mondo e all’attività di tutti i giorni, dovevano essere “purificati”.
Ad esempio, dopo il parto, la donna doveva offrire un olocausto e una offerta per il peccato (Lv.12,1-8); la nuova madre non era certo, per il fatto stesso della maternità, in uno “stato di peccato”; ma era venuta in contatto per così dire col potere creatore di Dio e doveva quindi essere “purificata” in senso rituale prima di riprendere le normali attività.
I riti e le pratiche di purificazione hanno una stretta relazione con la vocazione di Israele alla santità. “Siate santi come io sono santo” (Lev.20,26), aveva detto il Signore. A immagine della santità divina, la santità umana era concepita come un’esenzione da ogni macchia e una separazione da tutto ciò che è impuro, tanto nell’ordine fisico e materiale quanto nell’ordine morale. Per i giudei, quasi sempre, alla colpa morale era connessa un’impurità fisica, e quest’ultima veniva tolta mediante le abluzioni o i bagni rituali.
Dodici trattati della Mishnà sono dedicati alla questione della purità e dell’impurità e a quella delle purificazioni. Indubbiamente la casistica, che vi abbonda eccessivamente, era fatta dai rabbini; però alcuni scrupoli in simile materia esistevano anche per il volgo, sebbene in grado minore sia per il numero che per la gravità. Alcune funzioni e casi personali comportavano un’impurità legale; tale era il contatto con persone e cose ritenute impure: pagani, lebbrosi, cadaveri, bestie immonde, vesti e vasi sporchi, etc. La Torah era molto diffusa su questo argomento (Lev.12-15) e la Tradizione aveva accresciuto notevolmente il numero delle proibizioni e delle prescrizioni.
Abluzioni purificatorie

C’erano due specie di purificazioni: quella delle mani e il bagno. Il semplice lavarsi le mani aveva in questo caso un carattere rituale. I giudei osservanti si lavavano regolarmente le mani prima di mangiare, per purificarsi dalle sozzure contratte involontariamente o incoscientemente (Mt.7,2-5; cfr.Gv.22,6).
Si racconta nella “Mishnà” che Rabbi Aqiba, quando era in prigione e aveva soltanto quella poca acqua che gli bastava per dissetarsi, rimase fedele al rito e fece a Rabbi Giosuè questa dichiarazione: “Preferirei morire di sete piuttosto che trasgredire le prescrizioni sull’abluzione delle mani.”
LA PREGHIERA

Nel post esilio, nel giudaismo, assume molta importanza la dimensione della preghiera individuale, della pratica proprio interiore, della religione oltre al culto del tempio.
Deut.6,4-7: “Ascolta, Israele…….” È la preghiera quotidiana del mattino e della sera di ogni membro del popolo ebraico, che anche in punto di morte pronuncia questa professione di fede nell’unità e unicità di Dio. Nella liturgia cristiana, è la lettura breve della Compieta che segue ai Primi Vespri della domenica, in rito romano.
La preghiera è un obbligo assoluto per tutti gli adulti, cioè per tutti coloro che hanno dai 13 anni in su; soltanto le donne, i bambini e gli schiavi ne sono dispensati. Le ore in cui bisogna recitare la preghiera sono mutate nel corso del tempo; ma sembra che all’epoca di Gesù si pregasse la mattina e la sera, e anche “in pieno giorno” (ora sesta).
Per dire la sua preghiera l’ebreo pio deve avvolgersi nel “tallit”, lo “scialle da preghiera”, una larga sciarpa che, gettata sulla testa o sulle spalle, ricade fino alla cintura, coprendo tutta la parte superiore del corpo; e poi deve mettersi i filatteri, o “tefillim”: due strisce di stoffa che sostengono ognuna un astuccio, fatto con la pelle di animali “puri” e contenente – scritti su pergamena – brani dell’Esodo e del Deuteronomio; le strisce di stoffa vengono annodate alla fronte e sul braccio sinistro.
Per le preghiere quotidiane si fa uso di due testi di orazioni. Il primo, d’obbligo la mattina e la sera, ma recitato anche in altre circostanze (un po’ come il Pater e l’Ave per noi) è il famoso “Shemà” = Ascolta! E’ una professione di fede contenuta in Deuter. 6,4-7 e 11,18-21: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. (Deut.6,4-7)…Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai seduto in casa tua e quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, perché siano numerosi i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, come i giorni del cielo sopra la terra, nel paese che il Signore ha giurato ai vostri padri di dare loro”. (Deut.11,18-21)
La seconda preghiera è più lunga. Bisogna recitarla tre volte al giorno, in segreto se non è possibile farlo ad alta voce. Probabilmente è la preghiera che S.Pietro e S.Giovanni andavano a recitare al tempio verso le tre del pomeriggio (cfr. At.3,1). Oggi questa preghiera è chiamata “Shemonè Esrè”, cioè “le diciotto benedizioni”: è una preghiera molto bella per l’impeto che, sin dai primi versi, porta l’anima a lodare e a glorificare l’Eterno, il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, il maestro grande, forte e temibile, che è anche il dispensatore di tutti i benefici, colui dal quale derivano ogni saggezza e ogni santità.E’ bello pensare che la giornata di ogni credente sia scandita, consacrata a Dio, da queste fervide frasi.
6. Fine