LE FESTE RELIGIOSE EBRAICHE

Le feste annuali si susseguono secondo questo ordine: nel mese di Tishri le commemorazioni di Rosh ha-Shanah e Kippur, nel mese di Kislev la festa di Hannukah, in quello di Shevat la festa degli Alberi, a Nisan la Pasqua, a Sivan la festa delle Settimane, nel mese di Av la commemorazione della distruzione del tempio.

Ricordiamo che gli ebrei cominciano l’anno dall’autunno e non dalla primavera, per distinguersi dai calendari babilonesi e assiri che facevano iniziare l’anno con la primavera.

Le festività possono essere divise in due grandi gruppi:

a) quelle di istituzione mosaica, che troviamo menzionate nella Scrittura: le tre grandi feste di pellegrinaggio in cui tutti i fedeli sono invitati a salire al tempio di Gerusalemme (la Pasqua o Pesah; la festa delle Settimane o Shavuot; la festa delle Capanne o Sukkot), il primo giorno dell’Anno o Rosh ha-Shanah e il giorno del Grande Perdono o Yom Kippur;

b) quelle di istituzione rabbinica, nate da tradizioni popolari e databili ai primi secoli dell’era cristiana: la festa della Dedicazione del tempio o Hannukah, la festa degli Alberi o Tu bi-Shevat, la festa delle Sorti o Purim, la commemorazione della distruzione del tempio o 9 di Av. Pesah (festa di Pasqua): nasce dalla fusione di due feste. Una festa pastorale della primavera, pre-israelita, caratterizzata dal sacrifìcio di un giovane animale con un «rito del sangue» destinato a ottenere la fecondità delle greggi, e una festa agricola celebrata in occasione della prima mietitura dell’anno e nota come festa degli Azzimi.

Esse vengono unificate al tempo del re Giosia e rilette sullo sfondo teologico dell’esodo dall’Egitto. La Pasqua viene celebrata il 15 di Nisan (marzo-aprile) e ha una durata di 7 giorni (8 nella diaspora). Cfr. Es 23,14-15; 34,18; Lv 23,5-8; Dt 16,1-8 e per lo sfondo teologico Es 12-15.

Shavuot (festa delle Settimane): celebrata al termine dell’estate, il 6 di Sivan (maggio-giugno), essa è originariamente la festa dell’ultima mietitura dell’anno, quella del grano. Diventa in seguito la celebrazione dell’alleanza e del dono della Torah. Durante questa festa avviene la lettura solenne delle «dieci parole» (10 comandamenti). La notte ci si raccoglie nella sinagoga o nelle case per studiare la Torah, fino all’alba. Alcuni pregano secondo un rituale che prevede una sequenza di letture bibliche, altri propongono e ascoltano riflessioni sui testi: l’intenzione è quella di raccogliere in una notte tutta la ricchezza della Torah scritta (Scrittura) e orale (tradizione rabbinica) per rivivere l’esperienza del Sinai. La festa dura un solo giorno (due nella diaspora). Cfr. Es 23,16; Lv 23,15-22; Dt 16,9-12 e per lo sfondo teologico Es 19-20; Dt 5.Sukkot (festa delle Capanne): terza e ultima festa di pellegrinaggio, Sukkot è il punto culminante dell’anno giudaico. Essa commemora il tempo del raccolto al termine dell’estate; sul piano della storia, il tempo che i padri hanno passato nel deserto, prima di giungere alla Terra Promessa.

L’abbondanza dei riti, il dimorare sotto capanne costruite all’esterno della casa, la durata simbolica dei giorni di festa (8 a Gerusalemme, 9 nella diaspora), il clima di gioia, l’attesa della pioggia con la risurrezione che essa porta con sé, esprimono la fede di un popolo che, liberato dalla schiavitù, si prepara ad accogliere la novità del dono di Dio. La festa è celebrata il 15 di Tishri (settembre-ottobre).Cfr. Es 13,16; Lv 23,33-36.39-43; Dt 16,13-16.

Rosh ha-Shanah: per la sua solennità e importanza questa commemorazione è preparata durante tutto il mese di Elul (agosto-settembre), il mese penitenziale. Secondo la tradizione giudaica fu all’inizio di Elul che Mosè, dopo il peccato del vitello d’oro e la distruzione delle prime tavole della Legge, risalì sulla montagna per implorare il perdono divino. Vi stette 40 giorni e 40 notti, fino al 10 di Tishri. Da allora questi 40 giorni sono i «giorni propizi»: alla penitenza, al ritorno, al perdono. Ogni giorno all’alba si recitano le selihot (da slh = perdonare), richieste di perdono. La festa di Rosh ha-Shanah è celebrata il primo giorno di Tishri: esso è anche chiamato «giorno del giudizio» o «giorno memoriale». In questo giorno tutto il mondo viene giudicato e gli uomini «passano come agnelli davanti al trono di Dio».

Secondo il Talmud, in tal giorno il mondo fu creato. Il suono dello shofar (corno curvo di un animale di razza ovina) accompagna lo svolgimento della festa (cfr. Lv 23,23-25; Nm 29,1-6; Ne 8).

Yom Kippur: tra Rosh ha-Shanah e Yom Kippur ci sono 10 giorni: sono i «giorni temibili», “yamim nora’im”. Dopo la possibilità del perdono che Dio ha offerto all’uomo il primo giorno di Tishri, sono necessari almeno 10 giorni perché ciascuno, prendendo coscienza del proprio peccato, ritorni a Lui, e ottenga il perdono pieno a Kippur. Durante questi 10 giorni l’uomo resta come sospeso, tra il perdono e l’ira divina. Il sentimento del timore domina il cuore dei fedeli: ciascuno si deve impegnare a perdonare il prossimo. Il decimo giorno è lo “Yom Kippur”. Giorno di penitenza, di assoluto digiuno (25 ore), di astensione da ogni forma di lavoro. Ognuno deve confessare davanti a Dio il proprio peccato, almeno dieci volte (per aderire con il cuore ai dieci comandamenti). Si portano abiti bianchi. La fine del digiuno è scandita dal suono dello “shofar”. Cfr. Lv 16; 23,26-32; Nm 29,7-11; Eb 9,7.

Hannukah: celebrata per otto giorni tra il 25 di Kislev e il 2 di Tevet (dicembre), la sua etimologia deriva da ”hnk” = dedicare, consacrare. In essa si ricorda la riconsacrazione del secondo tempio, dopo la sua profanazione ad opera di Antioco IV. Durante questi giorni, ogni famiglia pone all’esterno della propria casa (o alla finestra) un candelabro a nove braccia. Attingendo la luce dal braccio centrale, giorno dopo giorno, all’apparire della prima stella, si accendono in progressione tutte le luci del candelabro. Con questo gesto si testimonia davanti alle Nazioni che l’unica vera luce del mondo è quella di Dio. Essa vince le tenebre dell’inverno, estendendosi con forza sempre maggiore. Cfr. 2Mac 1,1-9; Gv 10,22-38.

Tu bi-Shevat: secondo il valore numerico della prima lettera (t = 9) e della seconda (u = 6), “Tu” corrisponde al 15 di Shevat (gennaio-febbraio). Durante l’ultimo anno del peregrinare nel deserto, Mosè in questo giorno avrebbe letto davanti al popolo tutte le parole di Dio (Dt 1,3).

Dalla nascita dello Stato d’Israele si è stabilita la tradizione di far piantare degli alberi ai bambini: la gioia di questo giorno nasce dal rinnovarsi della terra che ricomincia a produrre nuovi frutti.

Purim: “Purim” è il plurale di “pur”, nome di derivazione accadica che designa la «sorte». Celebrata il 15 di Adar (febbraio-marzo), tale festa fa riferimento al racconto di Est 9,26-32.

Inoltre 2Mac 15,36 fa allusione al «giorno detto di Mardocheo», nome probabile che la festa aveva all’epoca asmonea. È certo che essa era già celebrata nel II sec. d.C. La veglia della festa si digiuna: è il «digiuno di Ester (Est 4,16), che ricorda al fedele come non sia la forza dell’uomo a produrre la vittoria sul male, ma la preghiera e la fiducia in Dio. Il giorno di “Purim” è caratterizzato da quattro precetti: la lettura del rotolo di Ester, l’invito alla gioia, lo scambio dei regali, l’obbligo di fare doni ai poveri.

9 di Av: questa commemorazione non ha altro nome che la sua data, il 9 di Av (luglio-agosto): è la data della distruzione del primo tempio a opera di Nabucodònosor nel 587 a.C. Essa sarebbe menzionata in Zc 7,5; 8,16-17. Dopo il 70 d. Cr. attorno a questo giorno si raccoglie la memoria di altri eventi: la decisione di Dio di far vagare il popolo per 40 anni nel deserto, la distruzione del secondo tempio nel 70 d. Cr., la sconfitta di Bar-Kokbà nel 135 d.C.

Ricordare la distruzione del tempio significa far memoria dell’assenza di Dio e della sua “shekinah”. Il digiuno e la preghiera, tuttavia, lo gridano misteriosamente presente e trasformano questa “assenza” in una fase necessaria per giungere al giorno gioioso della comunione con Dio.