LIBRI PROTOCANONICI E DEUTEROCANONICI. Parte terza

La distinzione dei Libri Sacri in protocanonici e deuterocanonici richiama alla mente il ricordo di controversie sorte nell’antichità circa la canonicità di alcuni libri della Bibbia.

Ma con essa non si tenta di stabilire una distinzione di valore canonico e normativo, né dal punto di vista della dignità, tra proto e deuterocanonici. Sotto questo aspetto, tutti i Libri Sacri contenuti nella Bibbia hanno lo stesso valore e dignità, poiché hanno tutti ugualmente Dio per autore. La distinzione è legittima solo dal punto di vista storico, di tempo, in quanto i libri deuterocanonici furono accolti nel canone delle Sacre Scritture solo più tardi a causa di alcuni dubbi sorti sulla loro origine divina.Gli scrittori ecclesiastici greci sono soliti designare i libri protocanonici con il termine “homologoúmenoi“, cioè libri “universalmente accettati”, e quelli deuterocanonici con le parole “antilegómenoi“, cioè libri “discussi”, o anche con “amfiballómenoi” , cioè libri “dubbi”.

Tuttavia, nel XVI secolo, Sisto da Siena (+ 1596) fu il primo a usare i termini protocanonici per designare i libri che erano già inclusi nel canone fin dall’inizio, poiché tutti li consideravano canonici, e deuterocanonici, a significare quei libri che, pur godendo della stessa dignità e autorità, furono accolti nel canone delle Sacre Scritture solo in un secondo momento, perché la loro origine divina fu messa in dubbio da molti.

I libri deuterocanonici sono sette nell’Antico Testamento e sette anche nel Nuovo Testamento.

Nell’Antico Testamento : Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, 1 e 2 Maccabei. E gli ultimi sette capitoli di Ester: 10,4-16,24, secondo la Vulgata; così come i capitoli di Daniele 3,24-90; 13; 14.

Nel Nuovo Testamento : Lettera agli Ebrei, Lettera di Giacomo, 2 Pietro, 2-3 Giovanni, Giuda e Apocalisse.

È anche abbastanza comune considerare deuterocanonici i seguenti frammenti dei Vangeli: Mc 16,9-20; Lc 22,43-44; Gv 7,53-8,11.

Tuttavia, i dubbi su questi testi sono sorti solo ai nostri giorni tra i critici, per il fatto che detti brani mancano in alcuni codici e versioni antiche.

I protestanti usano una nomenclatura leggermente diversa dai cattolici quando parlano dei libri deuterocanonici. Tra questi, i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento ricevono il nome di apocrifi, che invece diamo a libri che, avendo certe somiglianze con i libri ispirati, non furono mai accolti nel canone. E i protestanti chiamano pseudoepigrafi i libri che noi designiamo con il termine apocrifi. Per quanto riguarda il Nuovo Testamento deuterocanonico, cattolici e protestanti concordano sulla loro designazione.

Il criterio della canonicità.

Del criterio di canonicità si può dire quasi la stessa cosa che del criterio di ispirazione. La differenza sta solo nel fatto che il criterio dell’ispirazione guarda alla Sacra Scrittura in generale; invece, il criterio di canonicità guarda a ciascun libro in particolare. Come l’unico criterio sufficiente ed efficace per conoscere il fatto ispiratore era la testimonianza del Magistero della Chiesa, così l’unico criterio proprio della canonicità è la testimonianza della Chiesa.

Perché la Chiesa è l’unica autorità legittima che può determinare con infallibile certezza se tale libro sia canonico o meno.

Questa è una dottrina già insegnata dagli antichi Padri, come Origene, Tertulliano e altri. Sono note le parole di sant’Agostino: “Non crederei al Vangelo se non fossi mosso dall’autorità della Chiesa Cattolica… Leggiamo negli Atti degli Apostoli chi successe a colui che liberò Cristo; e devo credere in questo libro , se credo nel vangelo, perché l’autorità cattolica è quella che mi raccomanda entrambe le Scritture”.

La testimonianza della Chiesa si è manifestata a tutti i fedeli attraverso vari canali: attraverso le testimonianze esplicite degli scrittori ecclesiastici, attraverso le decisioni sinodali, attraverso la solenne proposizione del Magistero universale o ordinario della Chiesa, attraverso la lettura liturgica e attraverso tutte quello che la Chiesa usa abitualmente per proporre ai fedeli la dottrina cristiana.

E poiché la canonicità di un libro costituisce un fatto soprannaturale, che possiamo conoscere solo per divina rivelazione, attraverso la tradizione della Chiesa, quindi è necessaria la testimonianza del Magistero ecclesiastico per sapere con certezza se un determinato libro è canonico e ispirato. La semplice lettura liturgica non sembra essere un criterio sufficiente, poiché sappiamo dalla testimonianza di vari Padri antichi che nelle assemblee liturgiche venivano letti anche altri scritti che non hanno mai fatto parte del canone della Sacra Scrittura. Né basta che la dottrina di un libro concordi con la dottrina degli apostoli, per determinarne la canonicità, perché si possono trovare molti libri che concordano perfettamente con la dottrina rivelata e tuttavia non sono ispirati.

L’ origine apostolica di un libro non sembra neppure essere un criterio sufficiente, poiché nel Nuovo Testamento vi sono libri che non sono stati scritti dagli stessi apostoli, ma dai loro discepoli.Gli ebrei possedevano anche il canone dei libri sacri dell’Antico Testamento. Qual era tra loro l’autorità responsabile di distinguere i Libri Sacri da quelli che non lo erano? Probabilmente era il collegio sacerdotale, incarnato principalmente nei principi dei sacerdoti, che erano coloro che esercitavano la vigilanza sulle cose religiose. Altri autori pensano che sarebbero stati i profeti ad avere l’autorità di giudicare se un libro fosse ispirato. Ma si tenga presente che non sempre ci sono stati profeti in Israele. E proprio nel momento in cui fu stabilito il canone veterotestamentario, la massima autorità religiosa era detenuta dal sacerdozio, come vedremo più avanti.I protestanti, rifiutando la Tradizione, furono costretti a giudicare la canonicità dei Libri Sacri con criteri propriamente interni.

Per Calvino questo criterio sarebbe “la segreta testimonianza dello Spirito” ; per Lutero, la concordanza dell’insegnamento di un libro con la dottrina della giustificazione per sola fede. Successivamente i protestanti ortodossi, oltre ai criteri interni, hanno ammesso anche criteri sussidiari esterni, come il carisma profetico o apostolico dell’autore, la testimonianza della Chiesa antica, la storia criticamente studiata del canone.

Per i protestanti liberali, poiché praticamente non ammettono l’ispirazione, anche la questione della canonicità dei libri biblici non interessa. I libri che la Chiesa ha conservato sarebbero solo quelli che praticamente prevalevano nella lettura pubblica come più adatti all’edificazione dei fedeli. Da questo fatto saremmo passati all’affermazione dell’ispirazione.

Il moderno rinnovamento teologico protestante ha portato alcuni dei suoi principali esponenti ad adottare nuove posizioni. Uno di quelli che merita maggiore attenzione è quello di O. Cullmann, che si dichiara “assolutamente conforme alla teologia cattolica nell’affermare che la Chiesa stessa era quella che costituiva il canone”. Ma egli vede in questa decisione della Chiesa la manifestazione esplicita e definitiva della consapevolezza che essa andava acquisendo dall’ispirazione dei Libri Sacri. Questa decisione ecclesiastica mirava a distinguere nettamente la tradizione apostolica dalle altre che potevano aggiungersi ad essa.

Tra tutti gli scritti cristiani che erano in uso nella Chiesa primitiva, quelli che dovevano formare il canone furono imposti per la loro intrinseca autorità apostolica. L’Antico Testamento è stato accolto nel canone in quanto testimonianza della storia della salvezza che aveva preparato l’incarnazione. In questo la Chiesa ha seguito il sentimento di Cristo e degli apostoli. La posizione di O. Cullmann è del tutto simile a quella di alcuni autori cattolici moderni, come Karl Rahner, Norbert Lohfink, ecc.

3. continua