FORMAZIONE DEL PENTATEUCO

Prima di proseguire con il libro dell’Esodo, dobbiamo soffermarci sulle problematiche legate al Pentateuco, per le ragioni che vedremo.

Che cos’è il Pentateuco? Il termine viene dal greco, è composto da pente, “cinque”, teuchos, “astuccio”; quest’ultima parola indicava il contenitore cilindrico che custodiva il rotolo in cui consisteva il libro biblico, e passò poi a indicare il contenuto dell’astuccio, cioè il rotolo stesso. Pentateuco significa quindi “libro dei cinque rotoli”: è il nome dato fin dai primi secoli dell’era cristiana ai primi 5 libri dell’A.T.Il Pentateuco è costituito da 5 “rotoli”, perché nell’antichità i testi erano scritti su pergamene che si arrotolavano attorno ad un bastone e questi 5 rotoli sono esattamente i primi 5 libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, che raccontano la storia degli eventi dalla creazione del mondo alla morte di Mosè.Dalla tradizione giudaica, questi primi 5 libri sono chiamati Toràh, che significa legge, norma essenziale per la vita. E quindi per gli ebrei, tuttora, il Pentateuco è la parte più importante, autorevole, quanto c’è di più sacro nella storia di Israele: essi lo considerano il cuore della Scrittura e della rivelazione di Dio al suo popolo. Di fatto Torah è il nome più antico usato per indicare i primi 5 libri della Bibbia, i quali contengono tutta la legislazione d’Israele. Le leggi, che costituiscono la parte più estesa del Pentateuco, sono ritenute come la parte saliente della Rivelazione divina fatta a Mosè e, di conseguenza, inserita nel racconto. Gli obblighi legali che ne derivano rappresentano la risposta del popolo all’intervento storico di Dio in suo favore.Sulla scorta di una frase dell’Esodo (“Il Signore disse a Mosè:<Scrivi questo per ricordo nel libro>” – Es.17,14 a), Mosè sarebbe l’autore di questi primi 5 libri della Bibbia; infatti nel vangelo, quando Gesù si riferisce all’Antico Testamento, dice “Mosè e i profeti”. Mosè vuole dire il Pentateuco, cioè questi famosi 5 libri che abbiamo ricordato; e anche nella chiesa cattolica, fino a non molto tempo fa, pensate fino agli inizi del ‘900, era diffusa l’idea che Mosè in persona avesse scritto questi primi 5 libri della Bibbia!

E qui cominciano i problemi, perché, leggendo il Pentateuco, ci si accorge che:la morte di Mosè è riferita da lui stesso!! In Deut.34non solo, ma si fa spesso riferimento ad avvenimenti accaduti diversi secoli dopo Mosè, come per es. Gen.36,31 che dice: “31Questi sono i re che regnarono nel territorio di Edom, prima che regnasse un re sugli Israeliti.”Come poteva sapere Mosè che tre secoli dopo di lui ci sarebbero stati dei re in Israele?Un altro es.: Gen.14,14 nomina la città di Dan, fondata parecchi secoli dopo la morte di Mosè; come poteva saperlo?Un altro anacronismo è la menzione dei Filistei (comparsi solo nel 1180 circa) in Gen.26,14-18.Inoltre non si è mai trovato un solo passo del Pentateuco in cui Mosè scrivesse in prima persona : “Io dissi; io fui…”; invece egli appare sempre in 3° persona: “Mosè disse; Mosè fu….”, il che indica chiaramente che non è Mosè a scrivere, ma un altro autore.Questo giudizio unanime iniziò a incrinarsi in ambiente ebraico con Ibn Ezra (XII secolo d. Cr.), il quale notò nel testo anacronismi e incongruenze che deponevano a sfavore dell’attribuzione mosaica, e venne poi a crollare del tutto, progressivamente, nei secoli XVI-XVIII, con lo sviluppo dell’esegesi moderna. Dunque già nel corso del 1.500 si cominciò a mettere in dubbio la paternità di Mosè circa i primi 5 libri della Bibbia. E allora, se non era Mosè, chi aveva scritto questi libri? E si trattava di uno solo o di più autori?Già, perché al lettore attento si presentavano altri problemi e incongruenze, messe in luce quando si avviò uno studio critico della Bibbia, grazie a Jean Astruc, un biblista dilettante, ma geniale, vissuto alla corte del re Luigi XV (1715-1774), di cui era il medico.Astruc, e altri teologi sulle sue orme, si accorsero che il testo del Pentateuco non era affatto una narrazione continua, coerente e con lo stesso stile ovunque.Come si legge nell’ottima introduzione al Pentateuco della nuova Bibbia di Gerusalemme(uscita nel 2009 con la nuova traduzione ufficiale), a pag.8, fin dalle prime pagine della Genesi il lettore trova dei doppioni, delle ripetizioni e delle discordanze: due racconti di creazione (Gen.1 e Gen.2); due genealogie di Caino-Kenan (4,17ss e 5,12-17); due racconti combinati del diluvio (6-8); più avanti abbiamo due racconti della vocazione di Mosè, due miracoli dell’acqua a Meriba, addirittura quattro calendari liturgici.Quanto alle discordanze, ad esempio Gen.6,17 dice il diluvio dura 40 gg e invece 8,3 dice che ne dura 150; la montagna dell’alleanza si chiama Oreb in Es.3,1 e Sinai in 19,1. Per Num.9 è una nuvola che guida gli Israeliti nel deserto, per Num.10 è invece l’arca dell’alleanza. E così via.

Anche le leggi contenute nel Pentateuco sono presentate spesso in più versioni; vi sono pure leggi attinenti agli stessi argomenti contenenti disposizioni diverse e contraddittorie, e vi sono alcune leggi che correggono altre, come le leggi sugli schiavi (Es.21,2-11; Lev.25,39-55; Dt.15,12-18). L’analisi letteraria del testo rileva poi la presenza di interventi redazionali successivi quali le glosse, cioè spiegazioni-commento di termini, ad es. di Gen.36,1 e di Es.16,36. Particolarmente interessante fu un’osservazione di Astruc prima citato: nel Pentateuco Dio veniva chiamato in due modi diversi: a volte Jahvè e a volte Elohim. Allora egli provò a scrivere su due colonne parallele i testi, distinti appunto secondo il Nome divino usato e così ottenne una duplice serie di racconti, nei quali sparivano le ripetizioni e il disordine cronologico che lo aveva impressionato. Da questa distinzione si formulò l’ipotesi che esistessero due diverse fonti o tradizioni, chiamate, a seconda del nome divino impiegato, jahvista ed elohista.

Nella 2° metà del 1.800 avvennero alcuni fatti fondamentali per l’interpretazione dellaBibbia. Pensate che fino ad allora la Bibbia veniva considerata del tutto “storica”, anzi l’unica fonte di conoscenza del passato più antico (visto che parte proprio dalle origini del mondo), e quindi veniva usata addirittura come “testo scientifico”, come l’unico documento disponibile per ricostruire il passato più lontano. E, data la sua importanza culturale, ispirò moltissimi artisti che diedero rappresentazioni ritenute “veritiere”, di Adamo ed Eva, Noè, Abramo, etc.Il biblista francese Jacques Briend in un intervento del 2007 (sulla bella rivista “Ilmondo della Bibbia” n.89) diceva che per molte persone il racconto biblico è ancora una cronaca lineare, redatta di pari passo con gli eventi che vi sono narrati! Ma, già a metà dell’ ‘800 (ormai due secoli fa!) le numerose scoperte di testi mesopotamici rimisero in questione la visione semplicistica della Bibbia. Il momento più significativo di rottura fu probabilmente la conferenza di Georges Smith,nel 1872, a Londra, con cui rivelava la scoperta di una tavoletta cuneiforme che riportava un racconto del diluvio anteriore al racconto biblico! Si scopriva così che la Bibbia era stata influenzata da altre culture e, visto che i testi delle letterature orientali venuti alla luce erano più antichi di quello biblico, ci si rese conto che non solo tali testi non dipendevano letterariamente dalla Bibbia, ma era quest’ultima che aveva preso materiale da essi!Trovate un elenco delle opere letterarie orientali che presentano paralleli con pagine bibliche a pag.21 della rivista “Il mondo della Bibbia” 4/07.Si cominciò così ad usare il cosiddetto “metodo storico-critico”, il quale consiste nel riportare ogni testo all’epoca della sua redazione, a “spulciarlo” per ritrovarne il nucleo originale.

Nella seconda metà del secolo XIX le diverse ipotesi, che già da tempo si andavano formulando col metodo storico-critico, si coagularono nella cosiddetta teoria documentaria o “teoria wellhauseniana”, così detta dallo studioso che ne propose la prima formulazione, Julius Wellhausen (1844-1918), uno studioso protestante tedesco. In Italia fu dopo la pubblicazione dell’enciclica “Divino afflante Spiritu” di Pio XII (1943), la quale approvava i metodi storico-critici, che si cominciò a lavorare utilizzando appunto tali metodi, i quali dominarono e fecero scuola per almeno un ventennio e anche più.Ora, secondo la teoria documentaria, il Pentateuco sarebbe il risultato della compilazione e della fusione di documenti sorti in periodi e ambienti diversi, nei quali si erano riprese e messe per iscritto diverse tradizioni orali: Jahvista (X°sec.) nel regno di Giuda, Elohista (IX°-VIII° sec.) nel regno del Nord (Israele); queste due tradizioni furono combinate insieme dopo la caduta di Samaria sotto gli Assiri nel 721; poi c’è la tradizione Deuteronomista e la P o sacerdotale, nata durante l’esilio babilonese in ambienti sacerdotali, con sigla P, dal tedesco Priester codex, “codice sacerdotale”.Ma questa teoria documentaria, che peraltro era stata utile per scoprire che nel testo canonico c’erano state più mani, fu sottoposta, a partire dal 1970 circa, a diverse critiche.A grandi linee, si negò l’esistenza di una fonte E e si mise in dubbio la fonte J come documento continuo; quest’ultima fonte poi venne datata ad un’epoca molto più recente. Infatti sembra non esserci prova di una attività letteraria e di una teologia di ampio respiro come quella che si legge in questi testi, prima dell’VIII secolo. Pertanto è impossibile che le tradizioni J ed E siano state scritte rispettivamente al tempo di Salomone nel 10° o nel 9° secolo. Dunque oggi questa teoria documentaria appare superata, o meglio, grazie ad ulteriori ricerche e approfondimenti, si è addivenuti ad una spiegazione migliore circa l’origine del Pentateuco, che cercherò di sintetizzarvi.

Occorre però tener presente che a tutt’oggi anche fra gli studiosi non c’è consenso circa la formazione del Pentateuco, proprio perché le problematiche ad essa legate sono di assai difficile soluzione. Io ho cercato pertanto di individuare tra le varie teorie quelle più coerenti e convincenti.Anzitutto, secondo i nuovi metodi di analisi e interpretazione, si parte dal testo nella sua redazione finale e definitiva; e allora per prima cosa occorre chiedersi: quando e perché fu fatta la redazione finale e definitiva del Pentateuco, quella che noi leggiamo? Per rispondere, dobbiamo spostarci dal tempo dell’uscita dall’Egitto alla fine dell’esilio babilonese, cioè al 538 a. Cr.Infatti, dopo la vittoria del re persiano Ciro sui Babilonesi (539 a.C.), gli Ebrei, con apposito editto dello stesso re, nel 538 a.C. possono finalmente – dopo quasi 50 anni ! – rientrare in patria; ma proprio in quella patria tanto amata e desiderata per tanto tempo, trovano una grande desolazione:

– la loro terra è stata occupata dai “goim”, cioè dai pagani limitrofi o da  coloni ivi trasferiti dai babilonesi; 

–   pagani ed ebrei convivono sulla stessa terra di Dio, e si sposano tra loro.

Ma soprattutto non c’è più il Tempio, cuore della vita sociale, culturale e religiosa del popolo ebraico; il culto è inesistente; e anche la Torah è trascurata.Pertanto ci si rende conto che l’identità politica e religiosa del popolo è sostanzialmente perduta.Si impone, allora, un recupero delle Tradizioni dei Padri, e poi soprattutto la ricostruzione del Tempio, che avverrà tra il 520 e il 515 a.C., la restaurazione del culto in onore dell’unico Dio e della sua Torah, nonché la separazione degli ebrei dai pagani.In altri termini, si tratta di ricostruire l’identità del popolo ebraico.Di fronte a tale situazione degenerata e degradata si pongono essenzialmente due gruppi nati durante l’esilio, i circoli o scuola D (deuteronomisti), composti da laici, molti dei quali appartenevano all’aristocrazia terriera della Giudea (il loro organo rappresentativo era il gruppo degli “anziani”); e i circoli o scuola P (sacerdotali), raggruppati attorno ai sacerdoti, che si preoccupavano innanzitutto di ricostruire l’identità religiosa del popolo attorno al Tempio, che stentava a ripartire (520-515 a.C.).Per entrambi l’identità di Israele si doveva costruire attorno al culto e attraverso la separazione dagli altri popoli, grazie alla proibizione dei matrimoni misti.Tale identità si sarebbe ricostruita anche attraverso una rilettura della storia del popolo, vista come storia di liberazione e salvezza, provenienti dall’unico Dio.Così fin dal periodo esilico entrambi i gruppi si erano preoccupati di raccogliere precedenti tradizioni e di comporre una propria “storia delle origini di Israele”; la prima, con un precedente già nell’8° sec., che vedremo nei particolari, fu detta “deuteronomistica” (e probabilmente inglobava la precedente tradizione jahvista) e la seconda, realizzata prima del 520, durante il regno di Ciro, fu chiamata “sacerdotale”.Pur con impronte teologiche diverse, i due gruppi hanno in comune le stesse Tradizioni dei Padri e le Leggi pre-esiliche, che sono reinterpretate alla luce dei nuovi eventi.Intanto si afferma una nuova politica da parte dei re persiani, ben diversi dai Babilonesi, tirannici e oppressori.I Persiani, infatti, lasciavano ai popoli loro sottomessi un certo margine di autonomia politica, culturale, religiosa ed economica, in cambio del rispetto dell’autorità centrale e del pagamento delle tasse.

Tutto ciò era possibile a condizione che ogni popolo sottoposto avesse un proprio codice di leggi da rispettare.Questo avvenne ovviamente anche per la provincia di Giuda, cui occorreva- come si è detto- un documento legislativo per definire la sua nuova entità politica. Così, intorno al 400 a. Cr. il re persiano Artaserse II (404-358 a. Cr.) autorizzò il sacerdote ebreo Esdra (che aveva probabilmente contribuito alla stesura del documento P) a costituire nella Giudea quel diritto comune degli Ebrei che era necessario alla nazione israelitica: è la “Legge del tuo Dio” nominata in Esdra 7,11-28.(Cfr.anche allepagg.262-265 della dispensa) Fu in questa circostanza che le due composizioni di cui sopra (D e P) furono congiunte in una sola opera, che diventò il documento ufficiale della Giudea: era nato il Pentateuco o Torah, Legge ufficiale di Giuda. Così Genesi e i “libri legislativi” (Esodo-Deuteronomio) forniscono la base giuridica della comunità. Vero israelita può definirsi il discendente di Abramo, Isacco e Giacobbe, che ascolta e osserva la legge di Mosè affidata ai sacerdoti e agli anziani. Si era addirittura costituita una “Commissione per le genealogie”, che doveva esaminare, per ogni individuo, i titoli che legittimavano la sua appartenenza al popolo giudaico; occorreva infatti collegare ogni ebreo ad una delle tribù discendenti da un antenato eponimo (= da cui la famiglia o la tribù prende il nome), uno dei dodici patriarchi figli di Giacobbe.Solo questo è il cittadino della “comunità del tempio”, che può usufruire dei privilegi concessi dal re di Persia al tempio di Gerusalemme e alla provincia della Giudea. Nella Legge ebraica erano ad un tempo definite le modalità di appartenenza al popolo di Dio e i diritti-doveri che ne derivavano.Il Pentateuco (pur costituito dai 5 rotoli) risultava ormai come un unico libro ben definito, che costituiva il fondamento etnico e religioso del popolo giudaico sopravvissuto alla caduta di Gerusalemme e all’esilio. La sua redazione definitiva si colloca nel 330 a. Cr.E, pur essendo in esso riconoscibili diverse fonti e tradizioni, il testo presenta un’evidente e fondamentale unità che si ritrova nei concetti di elezione, promessa, alleanza, legge, “i fili d’oro” che lo legano insieme.

Per quanto riguarda la forma o «genere letterario», Von Rad afferma che il Pentateuco attuale è una sorta di ampliamento di un nucleo primitivo, il «piccolo credo storico», presente in testi antichi come Dt 26,5b-9; 6,20-23; Gs 24,2b-13, che si incontrano già nella fase orale.In queste brevi affermazioni di fede, sotto forma di riassunti della storia d’Israele, due momenti sono particolarmente importanti: l’esodo e il dono della terra.l