
Prima di procedere, dobbiamo dire qualcosa su un fenomeno tipico del profetismo biblico: il simbolismo.Abbiamo detto che il profeta è l’uomo della parola, il “porta-parola” di Dio. Ora in ebraico “dabar” significa sia parola che fatto, evento, atto. Di conseguenza spesso i profeti danno maggior forza alla parola mediante il gesto e nei loro scritti si trovano frequenti elementi simbolici, addirittura azioni simboliche o sceniche che trasformano il profeta in una sorta di mimo. Il Signore stesso dice ad Ezechiele: “Io ti ho fatto un simbolo per gli Israeliti” (Ez.12,6). E il profeta conferma: “Io sono un simbolo per voi” (12,11). Il gesto simbolico ha la sua origine nel realismo ingenuo con cui la cultura orientale legge il mondo, le sue relazioni e le sue forze interne. Come la parola è efficace una volta che è stata pronunciata (cfr. la benedizione di Isacco in Gen.27), così l’azione simbolica è rappresentativa ed imitativa dell’evento che deve succedere e che viene anticipato e reso presente. Il profeta attraverso l’azione simbolica mette in atto quasi in miniatura l’avvenimento che Dio dovrà realizzare.Così Isaia si aggira per Gerusalemme “spoglio e scalzo per tre anni”, per dimostrare che “in tal modo il re di Assiria condurrà i prigionieri d’Egitto e i deportati dell’Etiopia, giovani e vecchi, spogli e scalzi……..” (Is.20,1-6).
Infatti il profeta, annunciando una parola destinata a prendere carne nella realtà, reca il messaggio con la sua stessa persona; egli è il mediatore visibile della presenza di Dio nel mondo. La sua intera vicenda ha valore paradigmatico e più di una volta le azioni simboliche sono legate alla sua vita familiare: i nomi dati ai figli (Osea 1; Is.8,1-4), la solitudine e il celibato (Ger.16), la vedovanza (Ez.24,15-27), e anche i drammi della vita coniugale (Osea); nonché il modo di coricarsi (Ez.4,4-8), l’assunzione del cibo e dell’acqua (Ez.4,9-11; 12,17-20), l’acquisto di un campo (Ger.32): tutto è “segno”, che riguarda sempre la storia e la vita del popolo di Israele.

Anche in Geremia troviamo frequenti simbolismi, fin dalla sua vocazione; egli l’aveva ricevuta sotto un albero di mandorlo, in ebraico “shaqed”, che fa assonanza con “shoqed” = vigilante, riferito a Jahvè; questo per dire che il Signore avrebbe vigilato su Geremia con la sua protezione.Poi il profeta nasconde una cintura di lino in una fessura della roccia presso l’Eufrate (che indica un corso d’acqua tra Gerusalemme e Gerico), per ritirarla dopo un po’ ormai marcia: questo fatto esprime la decisione del Signore di “ridurre in marciume la grande gloria di Giuda e di Gerusalemme” (Ger.13,1-11).Ancora: Geremia si aggira per la città santa con un giogo da buoi sul collo, così da rappresentare “mimandola” la futura oppressione babilonese, suscitando la reazione del “profeta di corte” Anania (Ger.capp.27-28)In particolare vorrei soffermarmi sul seguente episodio, ambientato intorno al 597. In quei giorni Dio mandò al profeta una visione, che si legge in Ger.24,3-10:<3Il Signore mi disse: “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Dei fichi; i fichi buoni sono molto buoni, quelli cattivi sono molto cattivi, tanto che non si possono mangiare”.4Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: 5″Così dice il Signore, Dio d’Israele: Come si trattano con riguardo i fichi buoni, così io tratterò i deportati di Giuda che ho mandato da questo luogo nel paese dei Caldei. 6Poserò lo sguardo su di loro per il loro bene; li ricondurrò in questo paese, li edificherò e non li abbatterò, li pianterò e non li sradicherò mai più. 7Darò loro un cuore per conoscermi, perché io sono il Signore; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore. 8Come invece si trattano i fichi cattivi, che non si possono mangiare tanto sono cattivi – così dice il Signore -, così io tratterò Sedecìa, re di Giuda, i suoi capi e il resto di Gerusalemme, ossia i superstiti in questo paese, e coloro che abitano nella terra d’Egitto. 9Li renderò un esempio terrificante per tutti i regni della terra, l’obbrobrio, la favola, lo zimbello e la maledizione in tutti i luoghi dove li scaccerò. 10Manderò contro di loro la spada, la fame e la peste, finché non saranno eliminati dalla terra che io diedi a loro e ai loro padri”>.
Come si vede, nel brano c’è sia la descrizione del simbolo che la sua spiegazione da parte di Jahvè. Nei vv.5-7, che costituiscono la “pars construens”, si parla della nuova relazione Jahvè-Israele che si instaurerà nel futuro, dopo la purificazione del popolo operata dalla tragica esperienza dell’esilio. Gli esuli rimasti fedeli sarebbero tornati in Giudea, per ripopolare il paese e ricostituire la nazione.Risuonano in questi versetti i termini più significativi della predicazione di Geremia: i termini della vocazione (sradicare-piantare; cfr.Ger.1,10), il cuore nuovo, la formula dell’Alleanza, il verbo “ritornare”.vv.8-10: la selezione non è arbitraria. I rimasti in patria sono riprovati per il loro abbandono di Jahvè e il rifiuto della sua parola annunciata da Geremia. Coloro che abitano nel paese d’Egitto (v.8) sono Giudei che per varie ragioni si sono stabiliti là. Forse vi hanno cercato scampo in periodi turbolenti come il 605 e il 598; ma, allontanandosi dalla patria, essi si sono ancor più allontanati da Jahvè, pervertendosi sempre più con pratiche idolatriche.Un altro esempio – notevole – di “pars construens” da parte di Geremia è costituito dal cap.31 che descrive in termini entusiastici il ritorno dall’esilio babilonese. Particolarmente significativi sono i vv.31-34:“31Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore -, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. 32Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. 33Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 34Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.Qui si parla di una “nuova” alleanza, diversa da quella del Sinai, perché ha carattere spirituale (cfr. v.33): la nuova legge sarà scritta nel cuore dell’uomo direttamente da Jahvè, senza più bisogno di ammaestramento vicendevole. Con questa “interiorizzazione” dei rapporti religiosi e morali, ci troviamo di fronte a uno dei vertici della teologia e della spiritualità biblica.Non solo, ma essa preannuncia una “nuova alleanza” ancora più stupefacente, che sarà realizzata col Nuovo Testamento. E’ quella di Gesù nell’Eucarestia: non è soltanto un’alleanza stabilita tra un popolo e Dio, ma addirittura Gesù che dà la sua vita per salvare ciascuno di noi.

Concludendo, dobbiamo dire che Geremia finisce male la sua travagliata vita: non si sa esattamente, ma secondo una tradizione venne lapidato dai suoi stessi connazionali, in esilio, in Egitto, dove era stato trascinato perché le sue profezie davano – come sempre – fastidio. Quindi, come abbiamo visto, Geremia ha avuto una vita davvero molto difficile, in cui si è anche lamentato di dover fare il profeta; dopo la sua morte, la sua missione sembrava completamente fallita. Ma non è così. Numerosi elementi indicano al contrario la fecondità della sua missione. Primo: troviamo molte preghiere di Geremia nei salmi, che faremo a suo tempo. Secondo: la “nuova alleanza” predetta da lui si sarebbe realizzata nell’opera di Gesù nel sacramento dell’Eucarestia. Terzo: proprio nella sua vita, così perseguitata e sofferta, egli ha offerto delle prefigurazioni addirittura della passione di Cristo. Geremia è il precursore di tutti quelli che, per una missione ricevuta da Dio, sono esposti alle prove, ai dolori e alle contraddizioni umane; ma, ripetendone i lamenti, si abbandonano come Lui alla guida di Dio, unendo la propria sofferenza a quella del divino Crocefisso.
2.fine