
Grazie all’intervento di Dio che cerca di rimettere l’umanità in cammino verso il suo progetto di “unità nella diversità”, la vita e la storia umana possono continuare; così il testo Biblico conclude ora la “sfilata dei popoli”, sospesa in 10,32, cominciando da Sem e terminando con Terach che «generò Abram, Nacor e Aran» (11,26).
10Questa è la discendenza di Sem: Sem aveva cento anni quando generò Arpacsàd, due anni dopo il diluvio; 11Sem, dopo aver generato Arpacsàd, visse cinquecento anni e generò figli e figlie.
12Arpacsàd aveva trentacinque anni quando generò Selach; 13Arpacsàd, dopo aver generato Selach, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie.
14Selach aveva trent’anni quando generò Eber; 15Selach, dopo aver generato Eber, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie.
16Eber aveva trentaquattro anni quando generò Peleg; 17Eber, dopo aver generato Peleg, visse quattrocentotrenta anni e generò figli e figlie.
18Peleg aveva trent’anni quando generò Reu; 19Peleg, dopo aver generato Reu, visse duecentonove anni e generò figli e figlie.
20Reu aveva trentadue anni quando generò Serug; 21Reu, dopo aver generato Serug, visse duecentosette anni e generò figli e figlie.
22Serug aveva trent’anni quando generò Nacor; 23Serug, dopo aver generato Nacor, visse duecento anni e generò figli e figlie.
24Nacor aveva ventinove anni quando generò Terach; 25Nacor, dopo aver generato Terach, visse centodiciannove anni e generò figli e figlie.
26Terach aveva settant’anni quando generò Abram, Nacor e Aran.
27Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. 28Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. 29Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. 30Sarài era sterile e non aveva figli.
31Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
32La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.
Il lungo elenco che riporta tutta la stirpe benedetta di Sem ha il compito di mettere in relazione Abramo (capostipite degli ebrei) con Sem (capostipite dei semiti), e di equiparare Abramo a Noè, con i quali Dio, in momenti diversi, ha dato inizio a una nuova tappa dell’umanità. Dei possibili discendenti di Sem (cf. 10,22-31) si privilegiano quelli che portano direttamente ad Abramo (e quindi al popolo ebraico): si tratta del “piccolo resto” al quale verrà affidata la promessa della benedizione da trasmettere poi a tutti i popoli (cfr. 12,2-3).
L’età delle persone va dai 600 anni di Sem ai 148 di Nacor e ai 205 di Terach (11,32), segno del progressivo allontanamento dalla fonte della vita e dell’avvicinamento alla realtà storica dei «settanta e ottanta per i più robusti» (Sal 90,10).
Lo sbocco naturale di questa pagina è l’avventura di Abramo, il nuovo «adam» che accetterà in modo inequivocabile di lasciarsi guidare dal Signore Dio e dalla sua Parola, accogliendo fino in fondo il suo progetto di benedizione (11,27-12,9). Ancora una volta Dio è disposto a ricominciare affidando la sua Parola (il “progetto shalom”) alla responsabilità di un uomo, come aveva già fatto con Adamo e con Noè. Attraverso Abramo (e il popolo ebraico) Dio si propone di recuperare tutta l’umanità all’ascolto obbediente della sua parola. Il patriarca ebreo parte da Ur dei Caldei in Mesopotamia e va prima verso Carran seguendo un itinerario inverso a quello degli uomini che si costruirono la città e la torre. Giunge poi, su indicazione del Signore, nella terra di Canaan per abitarla con i suoi discendenti. Inizia un’avventura entusiasmante e attraente che passerà attraverso numerose difficoltà e crisi. Lette alla luce di quanto «i padri hanno raccontato» sul modo che ha Dio di guidare la storia umana, plasmeranno il popolo ebraico fino a fargli prendere coscienza della sua missione all’interno del genere umano: essere testimone di quel Dio per il quale le persone e la loro storia sono sempre recuperabili!
Come abbiamo accennato nella parte introduttiva, gli autori dei primi un¬dici capitoli della Genesi hanno utilizzato riflessioni già esistenti per comporre il loro mosaico: la tradizione jahvista (J) ci ha fatto prendere coscienza della forza del male. Sullo sfondo c’è sempre quello che abbiamo definito “progetto shalom-felicità”: non viene mai eliminato e resta presente come “offerta” da parte di Jhwh, il Signore. Però il male cresce, perché le persone gli fanno credito e lo assecondano liberamente. Così facendo, danno via libera alla maledizione e al castigo, disgregando tutte le relazioni che rendono significativa la vita di ogni uomo e di ogni donna.
Al primo posto c’è la relazione con il proprio Creatore del quale si ha paura (3,10) e al quale si vuole carpire il segreto dell’immortalità (6,1-4); segue quella con se stessi attraverso il vergognarsi di chi si è (3,7.10) e quella con il proprio simile (la donna) ritenuto un concorrente da sfruttare e dominare (3,12.16). Poi ancora la relazione con i propri fratelli, da eliminare in ogni modo (4,8) e sui quali far cadere la propria sete di vendetta (4,23-24); quindi la mancanza di pietà filiale verso la debolezza del padre (9,18-29) e il dominare gli altri attraverso progetti imperialistici (11,1-4).
Infine, viene compromessa anche la relazione con la terra e il creato in genere, che si ribella alla violenza dello sfruttamento umano (3,17-19; 4,12).
Non tutto è perduto, però, perché i segni concreti di speranza collocati in momenti strategici ci hanno fatto comprendere che, senz’altro per il Signore, il mondo e l’umanità non sono abbandonati al male e al peccato e alla distruzione totale (cf. diluvio). Sono ricuperate da Dio grazie al suo perdono e alla sua capacità di trarre il bene dal male, di far crescere la storia umana e la vita delle persone anche castigando o fermando i loro progetti (cf. 3,15.20-21; 4,15. 25-26; 6,8; 8,21-22; 11,5-9).
La tradizione sacerdotale (P) ci ha fatto sperimentare la potenza della benedizione di Elohim, il Dio Liberatore che manifesta ora la sua fedeltà anche come Creatore. Infatti, la sua parola/promessa consegnata “da sempre” all’umanità (1,28) si realizza tramite la fecondità sia prima del diluvio (e. 5) che dopo (ce. 10 e ll,10ss.) anche se diminuisce progressivamente l’età delle persone nella misura in cui si allontanano dalla fonte della propria vita, Dio. Egli, però, non rinuncia a presentarsi come colui che desidera la vita dell’umanità peccatrice (Ez 18,23.32) e che, perciò, si impegna ad essere sempre suo «Alleato» fedele, tanto da proteggerla con segni concreti (cf. 9,1-17).
Dalla combinazione di questi elementi emerge al nostro sguardo un “progetto teologico” che si basa su tre pilastri portanti.
L’azione creatrice del Signore Dio: dopo aver chiamato all’esistenza tutte le cose, pone al centro del mondo la persona, “benedetta” perché possa gustare la “pienezza della vita” (shalom) stabilendo relazioni corrette con il proprio Creatore, con l’altro da sé accolto come “prossimo”, con il creato intero. In questo modo ognuno capisce “chi è” in quanto creatura, accetta di venire dall’azione creatrice di Dio, prende coscienza che sta camminando verso la piena realizzazione di sé vivendo una vita di molteplici relazioni (cc. 1-2).
La scelta dell’umanità che “da sempre” accetta di ascoltare la voce alternativa a quella di Dio, la proposta cioè del male che ogni essere umano fa propria rifiutando così di accogliere il progetto del proprio Creatore. Con tale scelta (o “peccato”) deteriora tutte le relazioni precedenti e introduce nel mondo un pericoloso processo di anti-creazione che rischia di portare l’umanità sempre più verso la sua completa distruzione. È questo il senso non solo del diluvio (cc. 6-9) ma anche delle cinque maledizioni che ricorrono nei cc. 3-9. Come prima c’è quella prevedibile contro il male e ogni suo simbolo che lo incarna nella storia umana, come il serpente (3,14); segue quella della naturale abitazione di ogni persona, il suolo-adamah, a causa dell’uomo-adam (3,17 e 5,29, ritirata poi in 8,21), poi giunge quella nei confronti del fratricida Caino (4,11) e, infine, quella riservata a Canaan perché suo padre Cam ha mancato di pietà filiale verso Noè (9,25).
La fedeltà di Dio al suo progetto di benedire l’umanità e di ricuperarla a sé attraverso il perdono. È questo il significato dei “segni di speranza” presenti nei cc. 3-11 che stanno a indicare la volontà del Signore di avviare un cammino di ri-creazione continua della vita umana. Si tratta di un processo che sfocerà nell’esperienza di Abramo con il quale il Signore Dio si impegna a incanalare la storia umana sul binario della benedizione (termine presente cinque volte in 12,2-3).
È questa la grande promessa di cui è depositario il popolo ebraico a nome di «tutte le famiglie della terra» e che, per il cristiano, troverà piena realizzazione con Gesù di Nazaret, il “sì” definitivo di Dio Padre all’umanità, colui che farà passare «la benedizione di Abramo alle genti»