I SACRAMENTI ALLA LUCE DELLA PAROLA DI DIO_2. L’EUCARESTIA

Ancor più chiari, se possibile, sono i testi riguardanti l’istituzione e la natura della SS. Eucaristia. Effettivamente, le parole pronunziate dal ministro producono quello che significano, rendono presenti il corpo e il sangue del Cristo, rendono presente Cristo Signore sotto le specie del pane, sotto le specie del vino.

L’Eucaristia fu istituita da Cristo come sostituzione della Pasqua giudaica (1 Cor. 5, 7: «Cristo, la nostra vittima pasquale, è stato immolato»), per permettere a tutti i fedeli la partecipazione al sacrificio della croce, col mangiare le carni della Vittima immolata.

I testi sono al riguardo molto espressivi. In ordine di tempo, dopo il vangelo di Mt. 26, 26-29, son da porre le pagine chiarissime di san Paolo (1 Cor. 11, 17-34; 10,4. 15-22); quindi Mc. 14, 17-25; Lc. 22, 14-20; e, per la prassi della Chiesa primitiva, oltre la 1 Cor., Atti, 2, 42. 46; 16, 3 -4; 20. 7-11. Infine, Gv. 6, 51-65.

Il Cristo sancisce la nuova alleanza col sacrificio della croce; i fedeli diventano anch’essi contraenti, offerenti col Cristo del grande e unico sacrificio, condividono diritti e doveri di tale alleanza, mangiando le carni della Vittima immolata. Le parole del Cristo: «Chi non mangia le mie carni non avrà la vita» (Gv. 6, 53) ritengono pertanto intero il loro pieno significato. Gesù, particolarmente, nel suo discorso di Cafarnao (Gv. 6, 51-65), ha parlato della SS. Eucaristia come la cena sacrificale – del sacrificio del Golgota; la cena che gli offerenti consumavano nel tempio subito dopo l’immolazione a Dio della vittima da loro presentata.

La presenza reale del Cristo, sotto le due specie, risalta nettamente dal carattere stesso del rito (natura e scopo), ed è richiesta perentoriamente dalla equazione affermata da Gesù: «Questo è il mio corpo»; «Questo è il mio sangue». Il precetto: «Fate questo in memoria di me», rileva che si tratta di un’istituzione da perpetuarsi fino alla fine del tempo «finché il Signore non ritornerà», come si esprime san Paolo (1 Cor. 11, 26); fino a che durerà la fase terrestre del regno di Dio.

«”Questo calice – scrive san Paolo (ib.) – è il nuovo patto nel mio sangue; ogni qualvolta ne berrete, fatelo in memoria di me”. Poiché tutte le volte che mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. Cosicché chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole (del) verso il corpo e il sangue del Signore».

Se il corpo e il sangue del Cristo non fossero presenti, come verrebbero profanati da chi se ne ciba indegnamente?

E l’Apostolo insiste: «Costui mangia la propria condanna, perché non tratta come si conviene il corpo del Signore» (v. 29).

Nel c. 10 della stessa lettera, san Paolo illustra chiaramente la natura di cena sacrificale. Come la cena consumata dai sacrificatori, mangiando parte delle carni già immolate alla divinità, era atto essenziale del sacrificio, poiché il mangiarle era per loro unirsi in qualche modo allo stesso Dio, così nell’Eucaristia si mangiano le carni della Vittima divina immolatasi sulla croce, e rese presenti con le parole della consacrazione, richiamando e misticamente riproducendo l’unico ed eterno sacrificio.

L’Eucaristia pertanto (1 Cor. 10, 17) è la sorgente dell’unità, la linfa del corpo mistico: «Noi siamo un sol corpo, perché ci cibiamo di un sol pane», evidentemente il corpo di Cristo, unico ed uno per tutti i fedeli.

L’Eucaristia, infatti, termina e completa la nostra incorporazione al Cristo, – cf. quanto scrive san Giovanni Crisostomo, in Joannem, hom. 46, 2-3.

«Nella figura del pane ti è dato il corpo e nella figura del vino ti è dato il sangue, affinché tu divenga, partecipando al corpo e al sangue del Cristo, concorporeo e consanguineo al Cristo. Così, noi diveniamo cristofori distribuendosi nelle nostre membra il corpo del Cristo e il suo sangue. Così, secondo il beato Pietro, noi diveniamo partecipi della natura divina» – scrive san Cirillo di Gerusalemme (Catech. mystag. IV, 3).

E sant’Agostino: «Questo pane che vedete sull’altare, santificato dalla parola di Dio, è il corpo del Cristo. Questo calice, o piuttosto quanto il calice contiene, santificato dalla parola di Dio, è il sangue di Cristo… se voi l’avete ben ricevuto, voi siete ciò che avete ricevuto. Perché l’Apostolo dice: “Un sol pane, un sol corpo, benché siamo numerosi”» (Sermo 227).

Nel tract. 26, 13 in Joannem: «i fedeli conoscono il corpo di Cristo, se non dimenticano di essere il corpo del Cristo… O sacramento di pietà! O segno di unità! O legame di amore! Colui che vuol vivere, ha il mezzo di vivere, la fonte della vita. Che egli venga, che creda, che sia incorporato, per essere vivificato!».

2.continua